NOËL DI FAURÉ, UN PONTE FRA SACRO E MÉLODIE
Un Natale “da camera” nella mélodie francese: Noël di Fauré e il canto intimo tra devozione e poesia
Quando si parla di musica natalizia in ambito colto, l’immaginario corre spesso verso il grande apparato corale e orchestrale (oratori, messe, cantate).
Eppure, tra fine Ottocento e primo Novecento, esiste anche un Natale interiormente “ridotto”: quello della mélodie (o, più in generale, della canzone d’arte francese) per voce e pianoforte.
Il caso di Gabriel Fauré è particolare ed emblematico: la sua Noël, op. 43 n. 1, mette in scena non la festa pubblica ma una discesa della notte di Natale, una quiete che diventa ascolto, meditazione, quiete.
Il brano si concentra su atmosfere di sacralità domestica e familiare Il testo, di Victor Wilder, comincia infatti con un’immagine semplice e potentissima: “La nuit descend du haut des cieux” (“La notte scende dall’alto dei cieli”).
Ecco il testo e la sua traduzione in italiano:
La nuit descend du haut des cieux,
Le givre au toit suspend ses franges.
Et, dans les airs, le vol des anges
Éveille un bruit mystérieux.
L’étoile qui guidait les mages,
S’arrête enfin dans les nuages,
Et fait briller un nimbe d’or
Sur la chaumiére où Jésus dort.
Alors, ouvrant ses yeux divins,
L’enfant couché, dans l’humble crèche,
De son berceau de paille fraîche,
Sourit aux nobles pélérins.
Eux, s’inclinant, lui disent : Sire,
Reçois l’encens, l’or et la myrrhe,
Et laisse-nous, ô doux Jésus,
Baiser le bout de tes pieds nus.
Comme eux, ô peuple, incline-toi,
Imite leur pieux exemple,
Car cette étable, c’est un temple,
Et cet enfant sera ton roi!
La notte scende dall’alto dei cieli,
la brina sospende al tetto le sue frange.
E, nell’aria, il volo degli angeli
suscita un rumore misterioso.
La stella che guidava i Magi
finalmente si ferma tra le nubi
e fa brillare un’aureola d’oro
sulla capanna dove Gesù dorme.
Allora, aprendo i suoi occhi divini,
il bambino disteso, nell’umile greppia,
dal suo giaciglio di paglia fresca
sorride ai nobili pellegrini.
Essi, chinandosi, gli dicono: Signore,
accogli l’incenso, l’oro e la mirra,
e permettici, o dolce Gesù,
di baciare la punta dei tuoi piedi nudi.
Come loro, o popolo, inchinati:
imita il loro pio esempio,
poiché questa stalla è un tempio
e questo bambino sarà il tuo re!
Un dettaglio rivelatore: Fauré non voleva chiamarla “mélodie”
Un primo indizio sullo statuto particolare di Noël viene da una nota discografico-editoriale della Hyperion Records: Fauré rifiutò di chiamare il brano una mélodie, preferendo considerarlo un cantique (un canto di carattere religioso o para-liturgico).
Il fatto che il brano si trovi comunemente in raccolte di mélodies non è in sé significativo, perché l’editore originale e poi tutti i successivi distribuirono i brani in volumi simmetrici o tematici, inserendo i diversi brani in base alle loro esigenze.
Le parole di Fauré sono importanti, perché indicano che Noël vive in una zona di confine tra la mélodie da salotto e le pagine – potremmo dire – di “pietà sonora”. Un sacro non monumentalizzato, più intimo, che quasi si veste ‘alla moda’ per raggiungere con più facilità le coscienze.
Datazione, testo e forma: un “cantique” per voce e pianoforte
Sul piano documentario, Noël appartiene alle 2 Songs op. 43; la fonte di catalogo indica anno di composizione 1885 per il n. 1 e prima pubblicazione nel 1886, con testo di Victor Wilder.
Il fatto che sia per voce e pianoforte e che circoli come brano da recital lo colloca pienamente nel dominio della musica da camera vocale. Eppure, l’idea di “cantique” suggerisce un intento diverso: non la miniatura psicologica o impressionista tipica della mélodie, ma una meditazione.
Il testo insiste su immagini verticali e atmosferiche: la notte che scende, l’aria che si placa, il mondo che entra in silenzio. È una poetica assolutamente compatibile con la poetica di Fauré: non l’eloquenza teatrale, ma la modulazione, la sfumatura, il “parlare basso” della musica.
Dal punto di vista musicale, è un sacro senza enfasi: una religiosità spesso più estetica e contemplativa che liturgica.
Voce e pianoforte: un equilibrio intimo
Lo stile di scrittura è quello tipico della mélodie, in cui il pianoforte non è soltanto sostegno armonico o accompagnamento della voce ma partner paritario, timbrico e armonico. In questo brano ha una funzione evocativa, quasi scenografica: costruisce la serenità della notte, il respiro, la sospensione, mentre la voce porta la parola.
Una parola che non è mai eccessiva, con frasi musicali morbide che rimangono nell’ambito vocale medio del cantante, in modo che si possa ottenere la massima morbidezza per un canto pieno ma armonioso e naturale.
Solo alla fine la voce sale verso l’alto, ma è più un doveroso e sentito omaggio al re dei cieli che una esibizione vocale in senso operistico.
Dizione, colore e morbidezza della voce, equilibrio con il pianoforte, tutto diventa fondamentale. Il tema natalizio non è un pretesto, una decorazione, ma un modo di interrogare la relazione profonda tra parola e suono, al fine di creare una precisa atmosfera quasi esperienziale.
Riferimenti interessanti: Debussy e il “Noël” come protesta (1915), Berlioz e Gounod
Per capire quanto Noël di Fauré sia “non narrativo”, conviene accostarlo a un altro brano francese celebre che porta il Natale nel titolo, ma con un’intenzione opposta, quello di Claude Debussy, Noël des enfants qui n’ont plus de maison (1915), per voce e pianoforte.
Qui il Natale non è contemplazione: è urgenza morale e civile, legata alla guerra e alla distruzione. È amaro, non celebrativo.
Se poi allarghiamo lo sguardo agli autori francesi dell’Ottocento appartenenti allo stesso mondo musicale di Fauré, incontriamo altre pagine natalizie famose che però spesso si sviluppano nel corale o nell’oratorio.
Per esempio, Berlioz in L’Enfance du Christ include L’Adieu des Bergers, un brano famoso e molto diffuso anche in trascrizioni e riduzioni.
Quanto a Gounod, esiste un Noël catalogato come “chant des religieuses… avec accompagnement de piano, orgue ad libitum”, cioè un brano di destinazione vocale specifica e non puramente o necessariamente solistica.
Anche qui troviamo il Natale, ma con una vocazione più istituzionale e religioso. Siamo lontani dall’atmosfera del salotto e del concerto.
Un punto però è importante: nella tradizione musicale francese ottocentesca, Noël di Fauré è quasi un unicum. Un Natale “ridotto” alla stanza, al respiro di un interprete e di un pianoforte, e proprio per questo più vicino all’ascoltatore.
Potete trovare qui lo spartito
e ascoltare il brano qui
Articolo di Valter Carignano
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