scrivere il vero - verità e autenticità nella scrittura narrativa

scrivere il vero-verità e autenticità nella scrittura narrativa-lezioni di scrittura creativa di Valter Carignano

Verità e scrittura 

C’è una frase che torna spesso quando si parla di verità in letteratura: l’idea che lo scrittore debba “dire il vero”. Non è un comandamento morale; è un problema estetico, quasi fisico.
Ernest Hemingway lo formula in modo tanto semplice quanto impegnativo: “All you have to do is write one true sentence.” (“Devi solo scrivere una frase vera.”) 

Ma che cos’è una “frase vera”? 
Dico subito che, a mio parere, verità non coincide necessariamente con l’esattezza dei fatti. È piuttosto una verità emotiva: una frase che, riletta, “regge” nel corpo e nel cuore, e che il lettore riconosce senza saperne sempre dare una definizione. È una verità che non si dimostra: si avverte.
Ma, detta così, può sembrare più una specie di fuffa metafisica che una vera indicazione. Provo a spigarmi meglio.

La pagina è distanza

Il paradosso è che la pagina, per sua natura, è distanza.
Non siamo mai dentro ciò che narriamo: anche nel caso raro in cui, come esseri umani, siamo stati protagonisti dei fatti, nel momento in cui scriviamo necessariamente lo ricostruiamo, lo selezioniamo, lo ordiniamo, lo “mettiamo in scena”. E poniamo anche attenzione alla forma, questo va da sé.

E proprio qui nasce un primo rischio: che la scrittura, nel tentativo di essere impeccabile, finisca per diventare prudente, levigata, corretta. E vuota.
Non perché manchi la tecnica, ma perché in qualche misura è addomesticata.

Questa prudenza, però, ha una radice umanissima e imprescindibile.
Vogliamo essere compresi, piacere; vogliamo evitare di ferire, esporci, sembrare ridicoli o sgradevoli. Così “sistemiamo” le frasi, rendiamo i personaggi presentabili, trasformiamo l’ambivalenza in chiarezza, la contraddizione in coerenza, l’imbarazzo in eleganza. Solo che, molto spesso, è proprio in quello che sembra troppo, che stona — una frase un po’ goffa, un pensiero poco nobile, un dettaglio troppo concreto — che abita la sensazione di verità.

Lo stile ‘trasparente’

George Orwell, parlando di prosa, usa un’immagine opposta alla levigatura: “Good prose is like a windowpane.” (“La buona prosa è come un vetro di finestra.”).
La metafora è interessante: il vetro non deve attirare l’attenzione su di sé; deve farci vedere. Ma “vedere” non significa rendere tutto ordinato e pulito. Significa, spesso, non distogliere lo sguardo quando la scena si fa scomoda.
La trasparenza non è sterilità: è esposizione.

A questo punto conviene distinguere due tentazioni opposte.
La prima è la “confessione” come scorciatoia: dire tutto, nudo e crudo, scambiando l’intensità velleitaria e fine a sé stessa per verità. Una specie di esibizionismo del ‘non conforme’, senza un vero progetto o un pensiero; un grido magari sincero ma che non lascia nulla.
La seconda è la “forma” come alibi: scrivere benissimo per non dire davvero nulla. Chi scrive si perde in manierismi, in interiorizzazioni sterili o in descrizioni dettagliate e pedanti che nulla hanno a che fare con la vicenda.
La verità letteraria, quando funziona, sta nel mezzo: non è un inventario di fatti, né un esercizio di stile; è una pressione interna che costringe la lingua a non mentire dal punto di vista emotivo.

Il realismo, da questo punto di vista, non è una fede nei fatti ma un’arte dell’effetto. Stendhal lo dice con un’immagine famosissima: “Un roman: c’est un miroir qu’on promène le long d’un chemin.” (“Un romanzo è uno specchio che si porta lungo una strada.”).
Lo specchio, però, non riflette solo ciò che è “bello” o “coerente”: riflette anche fango, polvere, inciampi, luci sbagliate. Se lo specchio viene inclinato per compiacere, otteniamo un’immagine forse rassicurante ma certo non autentica.

I dettagli inutili

Quindi tutto al servizio della trama, si potrebbe pensare.
Non proprio e non sempre.
Roland Barthes, riflettendo sui dettagli “inermi” del realismo, nota che certi testi producono annotazioni che, dal punto di vista della struttura narrativa, sembrano ingiustificabili, e che però hanno grande importanza.
Non è un elogio del superfluo decorativo: è l’osservazione che proprio ciò che non serve a far avanzare la trama può servire a far aumentare la sensazione di presenza. E la presenza è uno dei nomi pratici della verità letteraria: non “è accaduto davvero”, ma “ci sono”.

Qui si innesta una domanda decisiva: perché alcune pagine risultano autentiche e altre no, pur essendo entrambe ben scritte?
L’inautenticità nasce, a mio parere, quando la scrittura evita il nucleo emotivo. Spiega troppo, oppure gira intorno. Insegna al lettore cosa deve provare invece di farglielo vivere. Soprattutto, protegge qualcosa: l’autore, i personaggi, talvolta persino il lettore. Ma il lettore non vuole essere protetto dai dettagli significativi: vuole abitarli.

Mettere a fuoco e rompere il ghiaccio

Marcel Proust radicalizza questa idea, spostando la verità in un altrove: “la vraie vie, la vie enfin découverte et éclaircie, … c’est la littérature.” (“La vera vita, la vita finalmente scoperta e rischiarata… è la letteratura.”).
Non sta dicendo che la letteratura sia più “corretta” della vita; sta dicendo che la letteratura può far emergere ciò che nella vita resta confuso, implicito, non detto. La verità, allora, non è una fotografia: è un atto di messa a fuoco.

Ma mettere a fuoco comporta anche un prezzo: la ferita. Franz Kafka, in una lettera a Oskar Pollak del 27 gennaio 1904, formula una delle definizioni più violente e più esatte del rapporto tra libro e lettore: “ein Buch muß die Axt sein für das gefrorene Meer in uns.” (“Un libro deve essere l’ascia per il mare gelato dentro di noi”).
Se prendiamo sul serio questa immagine, l’autenticità non è “piacevolezza”: è capacità di rompere il ghiaccio, cioè le difese. Ed è qui che la scrittura troppo prudente fallisce: non perché sia educata, ma perché è innocua.

In un registro più teorico, il critico e teorico formalista russo Viktor Šklovskij definisce lo scopo dell’arte come un’operazione percettiva: “Целью искусства является дать ощущение вещи как видение, а не как узнавание.” (“Lo scopo dell’arte è dare la sensazione della cosa come visione, non come riconoscimento”). 
Questa frase è preziosa per capire la verità in scrittura: ciò che è “vero” non è ciò che già sappiamo; è ciò che ci costringe a vedere di nuovo. L’autenticità, in questo senso, non coincide con l’immediatezza, ma con la precisione che rende estraneo il già noto — e quindi lo rende finalmente sentibile.

Ogni romanzo dice la verità?

Arriviamo così a un nodo che la tradizione ispanoamericana ha espresso con una formula quasi perfetta: la verità delle menzogne. Mario Vargas Llosa dice: “Toda buena novela dice la verdad y toda mala novela miente.” (“Ogni buon romanzo dice la verità e ogni cattivo romanzo mente”).
E poco dopo chiarisce il punto più interessante: per un romanzo, “dire la verità” significa far vivere al lettore un’illusione; “mentire” significa fallire quell’illusione. 
Qui la verità torna a essere esperienza, non cronaca: una buona finzione non è vera perché coincide con i fatti, ma perché coincide con una necessità interna psicologica, emotiva, umana.

Vargas Llosa spinge la riflessione fino alla dimensione civile: “Las mentiras de la literatura… son una conspiración permanente para que tampoco lo sea en el futuro.” (“Le menzogne della letteratura… sono una cospirazione permanente perché (la vita) non lo sia nemmeno in futuro”).
L’idea è forte: la finzione non ci addormenta, ci inquieta; non ci pacifica, ci rende meno conformi. E forse anche per questo la scrittura autentica fa paura, a volte anche allo scrittore stesso.: perché non si limita a rappresentare, ma altera il lettore. Lo muove. Gli toglie un po’ di protezione.

Non regole, ma atteggiamento e ascolto

A questo punto, la domanda iniziale (“che cos’è una frase vera?”) cambia forma. Non chiede più un criterio astratto; chiede un atteggiamento.Spesso la verità sta esattamente dove vorremmo cancellare. Dove la frase ci sembra “troppo”. Troppo scoperta, troppo sgraziata, troppo personale, troppo cattiva, troppo desiderante. E proprio lì, spesso, c’è vita.

Non si tratta di trasformare la scrittura in un manuale di sincerità o in uno sfogo infantile. Né di imporre il mito del “tutto vero” come autenticità obbligatoria.
La scrittura può essere profondamente vera senza essere confessionale; può essere pudica senza essere prudente; può essere costruita senza essere falsa. La questione, semmai, è un’altra: quando una pagina risulta piatta, di rado è solo un problema tecnico. Più spesso è un segno che qualcosa è rimasto fuori campo, protetto, smussato.

E allora la verità — quella che “si sente nel corpo” — diventa una pratica di avvicinamento.
Un passo verso il nucleo emotivo che preferiremmo evitare. Un passo verso il dettaglio che non “serve”, ma che rende la scena abitabile. Un passo verso la contraddizione: perché le persone reali si contraddicono, mentono, sono scortesi, si giustificano male, desiderano male.
E quando la pagina accetta questo disordine senza compiacersene, accade qualcosa di raro: il lettore non pensa più “che bella scrittura”; pensa, più semplicemente, “è vero”.

In fondo, forse, la frase di Hemingway è non è tanto un consiglio o una regola, quanto un’etica minima: non dice “scrivi bene”, ma “scrivi vero”.
E scrivere vero, quasi sempre, significa rinunciare a una parte di controllo — quello che ci fa apparire impeccabili — per guadagnare una diversa forma di precisione: quella che non protegge, non leviga, non addomestica.
Quella che, come un’ascia (Kafka) o come una visione (Šklovskij), rompe il ghiaccio e costringe a vedere.

Articolo di Valter Carignano

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