CARATTERIZZARE I PERSONAGGI CON I DIALOGHI

Scrittura Creativa Blog - Caratterizzare i personaggi tramite i dialoghi.

IL DIALOGO NELLA CARATTERIZZAZIONE DEI PERSONAGGI

Introduzione

In questa lezione di Scrittura Creativa parleremo dei dialoghi, uno degli strumenti principali al servizio dello scrittore, e in particolare della funzione del dialogo nella costruzione e caratterizzazione dei personaggi. Il dialogo in un testo narrativo non deve mai essere un semplice scambio di parole: deve contribuire a rivelare la psicologia dei personaggi, creare dinamiche emozionali e generare sottotesto.

Nei prossimi paragrafi analizzeremo il ruolo del dialogo nella costruzione della psicologia dei personaggi, nelle dinamiche narrative e nella creazione del tono e del sottotesto. Faremo riferimento a teorie narrative e a consigli di scrittori rinomati, e leggeremo insieme diversi esempi tratti da romanzi classici e moderni (in lingua originale con traduzione italiana) che illustrano concretamente come un dialogo ben scritto possa dare vita ai personaggi.

Dialogo e psicologia del personaggio

Faccio due piccole premesse. Come è noto, uno dei princìpi fondamentali della narrativa è “show, don’t tell” (mostra, non dire).
Non è questo il momento di approfondire le molteplici sfaccettature di questo principio, ma certo uno dei modi più semplici di spiegarlo è che occorre costruire delle scene che il lettore possa ‘vedere’ nella sua mente, come se fosse a teatro. E una scena, in teatro, è fatta di personaggi che compiono azioni. Il dialogo è appunto una delle azioni più immediate dei personaggi, perché quello che dicono esprime la loro natura.
Altro principio operativo fondamentale è quello che si può sintetizzare in ‘Quando il personaggio parla, lo scrittore deve tacere’. Significa che ogni personaggio deve esprimersi nel modo che gli è proprio, secondo il suo linguaggio e il mondo interiore, non con le parole che direbbe lo scrittore. Sennò tutti i personaggi si esprimeranno allo stesso modo, proprio perché parlano con la voce dello scrittore.

Rispettando questi principi, il dialogo è il mezzo più immediato per mostrare la psicologia di un personaggio senza doverla spiegare in modo descrittivo. Attraverso le parole che un personaggio sceglie (o evita) di pronunciare, attraverso il ritmo, il tono, le interiezioni e i silenzi, il lettore capirà chi è quella persona, cosa desidera, di cosa ha paura o cosa nasconde. In un dialogo ben scritto ogni personaggio ha una voce unica – ciò che in narratologia si chiama idioletto – cioè un modo di esprimersi che riflette la sua personalità, provenienza sociale, stato emotivo e così via.

Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen

Consideriamo per esempio come Jane Austen utilizza il dialogo per caratterizzare fin dalle prime pagine i protagonisti di Orgoglio e Pregiudizio. Durante un ballo mondano, il nobile Mr. Darcy è offeso dalla compagnia, risponde così all’amico che gli propone di fare una ballo con Elizabeth Bennet: “She is tolerable: but not handsome enough to tempt me; and I am in no humour at present to give consequence to young ladies who are slighted by other men”

(“È passabile, ma non abbastanza bella da tentarmi; e non ho voglia in questo momento di dare importanza a giovani donne già snobbate da altri uomini”).

Questa sprezzante battuta, udita per caso da Elizabeth, tratteggia immediatamente l’orgoglio aristocratico e il carattere altezzoso di Darcy, così come la vivace intelligenza di Elizabeth nella reazione offesa ma spiritosa che seguirà.

Jane Austen non ha bisogno di dirci “Darcy è orgoglioso”: ce lo fa capire direttamente dalle sue parole, noi ‘vediamo’ il suo carattere. Il dialogo getta le basi psicologiche del personaggio e al contempo innesca il conflitto centrale (l’antipatia pregiudiziale di Elizabeth verso Darcy).
Notiamo anche come Darcy dia del “tolerable” (cioè appena passabile) a Elizabeth: un aggettivo freddo e scortese che rivela la sua arroganza.

Il Grande Gatsby di F.S,Fitzgerald

All’opposto, un dialogo può anche svelare insicurezze e fragilità interiori attraverso una voce esitante o autoironica.
Nel romanzo Il grande Gatsby di F. S. Fitzgerald, per esempio, Daisy Buchanan adotta un tono leggero e cinico che maschera un profondo disincanto e rivela, più che nascondere, molte ferite interiori non rimarginate.

Parlando con Nick della nascita della propria figlia, Daisy dice: “I’m glad it’s a girl. And I hope she’ll be a fool — that’s the best thing a girl can be in this world, a beautiful little fool.”

(“Sono contennta che sia una bambina. E spero che sia stupida – la cosa migliore che una ragazza possa essere in questo mondo è essere una bambolina stupida e carina.”).

Questa battuta, apparentemente frivola, rivela in realtà la disillusione di Daisy riguardo alla condizione femminile nella società dell’epoca: meglio essere inconsapevoli che soffrire per ambizioni frustrate. Fitzgerald, tramite il tono falsamente spensierato del dialogo, ci fa intravedere l’amarezza di Daisy – una sfumatura psicologica che un resoconto meramente descrittivo avrebbe reso con più difficoltà e che avrebbe avuto molta meno forza.

Dialoghi polifonici

Possiamo parlare di dialoghi polifonici quando i personaggi si esprimono in maniera differente fra loro, proprio perché ognuno di loro si esprime secondo la propria individualità.

Seguendo il principio secondo cui ‘lo scrittore deve tacere’ durante i dialoghi, i grandi autori riescono a dare voce a personaggi molto diversi da loro, dotandoli di psicologie e linguaggi particolari e inconfondibili.

Il critico René Wellek, commentando la teoria di M. Bachtin sul romanzo polifonico, osserva che Dostoevskij presenta nei suoi libri “un coro di voci indipendenti, pienamente alla pari, non asservite alla posizione ideologica dell’autore”.

In Delitto e Castigo, per esempio, i dialoghi tra Raskòl’nikov e il giudice Porfirij Pétrovič ci mostrano due intelletti che si confrontano: da un lato il nervosismo colpevole di Raskòl’nikov, dall’altro l’astuzia bonaria ma insinuante di Porfirij.
Raskòl’nikov aveva scritto un articolo sostenendo che uomini straordinari non potevano e non dovevano sottostare alla morale comune, portando come esempio Napoleone. Nega però di credersi lui stesso uno di questi uomini straordinari. Porfirij allora ribatte scherzosamente: «Ну, полноте, кто ж у нас на Руси себя Наполеоном теперь не считает?»

(“Ma via, chi è che nella nostra Russia di oggi non si crede un Napoleone?”).

L’intonazione è descritta come “di spaventosa familiarità”, volutamente provocatoria.

In questa stoccata ironica cogliamo sia la sottigliezza psicologica di Porfirij, che punzecchia l’orgoglio intellettuale di Raskòl’nikov, sia il crescente panico di Raskòl’nikov, che sente crollare le proprie difese. I testo ci dice che rimane in silenzio, pallido, fissando Porfirij, mentre un amico, Razumìchin, “imbronciato, cominciava a capire qualcosa” della trappola tesagli. Dostoevskij non ci dice: ‘Porfirij sospetta Raskòl’nikov e lo mette sotto pressione’: ce lo fa ‘vedere’ tramite un botta-e-risposta carico di tensione psicologica e sottintesi.

Conclusioni

Da questi esempi emerge come ogni personaggio ben costruito parli con la propria unica voce. Il dialogo di un eroe timido sarà pieno di esitazioni, ripetizioni, frasi non concluse; il villain raffinato avrà magari un eloquio controllato e tagliente; un adolescente potrà esprimersi in modo sbrigativo o gergale, e così via.

Un esercizio utile per lo scrittore è proprio quello di ascoltare i propri personaggi: chiudere gli occhi e immaginare di sentirli parlare, ciascuno col suo tono distintivo. Quando i personaggi sono vivi, il lettore dovrebbe poter capire chi sta parlando anche senza bisogno di specificare ogni volta il nome (‘disse Tizio, rispose Caio’). Si pensi per esempio ai dialoghi brillanti di Oscar Wilde o di Noël Coward, nei quali ogni battuta è così caratteristica del personaggio che non serve null’altro per identificarli.

In narrativa vale lo stesso principio: il dialogo è azione parlata, e tramite esso i personaggi agiscono esprimendo la propria psicologia.

Valter Carignano

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