COME SCRIVERE UN BUON INCIPIT
Incipit: quando è davvero efficace?
Metto subito in chiaro una cosa: questo articolo non è un testo sacro. Non vi voglio dire ‘come devono essere fatte le cose’, in particolare come deve essere scritta la prima frase di un racconto o romanzo. Sarebbe folle e presuntuoso.
Vi voglio però invitare a riflettere su alcuni aspetti ed elementi che credo sia molto proficuo tenere presenti per cercare di ottenere quello che è il sogno di ogni scrittore: la massima attenzione del lettore.
L’importanza della prima riga
Il fatto è, secondo me, che un incipit non dovrebbe essere qualcosa di messo lì giusto per cominciare, perché tanto poi il bello verrà dopo. Un incipit è un patto fra scrittore e lettore, ed è per questo che è così importante.
La scrittrice e insegnante Elizabeth McCracken, in un’intervista sul Guardian lo dice con una formula molto netta: la prima riga è “una richiesta di ulteriore attenzione, un invito al resto del libro”. Se questo invito è sciatto e generico, oppure inutilmente arzigogolato nel tentativo di far vedere che si è ‘bravi a scrivere’… allora è di sicuro un cattivo biglietto da visita.
Non è questione di bello o brutto, su questi termini potremmo discutere una vita senza arrivare a nulla. È questione di informazione narrativa: quanto l’incipit è specifico, irripetibile, impegnativo per chi legge; e quanto invece è “decorativo” nel senso peggiore, cioè generico e vuoto.
Incipit ‘meteorologici’ come “Era giugno, e c’era il sole” e simili non sono belli o brutti. Sono così generici che potrebbero aprire qualsiasi storia.
Non dicono niente al lettore, non gli chiedono niente, non suscitano nessuna emozione, sono parole inutili , intercambiabili con altre parole inutili.
Di nuovo, un cattivo biglietto da visita: perché io, lettore, devo perdere il poco tempo che ho a leggere parole inutili?
Necessità di concretezza nell’Incipit
‘Concreto’ non significa povero o privo di stile. Significa che l’incipit fa almeno una di queste cose:
Identifica una voce (un io, un tono riconoscibile, un punto di vista che non potrebbe essere di chiunque).
Nomina un mondo con dettagli che restringono subito le possibilità (nomi propri, gesti specifici, un’anomalia misurabile).
Accende una domanda inevitabile (non “chissà cosa succederà”, per questo può essere tropppo presto; ma “perché questa cosa specifica avviene così?”.
Hemingway, quando parla di come sbloccarsi e dice ‘scrivi una frase vera’ non sta facendo teoria sull’incipit, ma dà una regola d’oro perfetta anche per questo scopo.
“Vera” qui indica concreta nel senso che ho appena indicato: una frase che non è decorazione, che svolge davvero la sua funzione.
L’ornamentazione non è il nemico: lo è l’ornamentazione che sostituisce la storia
Elmore Leonard è spesso citato come paladino dell’asciutto, ma in realtà è più sottile. La sua regola n.1 è famosa: “Never open a book with weather” (“Non aprire mai un libro col meteo”).
E poi precisa: se è solo meteorologia e non reazione di un personaggio, il lettore tende a “sfogliare avanti cercando persone”.
Questo è il punto: l’incipit può anche essere “ornato” (ritmico, figurato, musicale), purché non occupi il posto della scena.
Leonard usa un termine comico per l’eccesso ornamentale: “hooptedoodle”, noi potremmo dire ‘fuffa’. E riconosce che a volte può essere piacevole, ma non vuole che si mescoli alla spina dorsale della narrazione: la fuffa non deve confondersi con la storia.
È una posizione molto utile didatticamente: non si tratta di “vietare le belle frasi”, ma chiedere loro di lavorare.
Tre incipit che “concretizzano” senza rinunciare alla forza
1) Voce immediata: Moby-Dick
“Call me Ishmael.”
Chiamatemi Ismaele (H.Melville, Moby Dick)
Tre parole. Non descrivono, non “ambientano”. Fanno di meglio: stabiliscono un rapporto.
È un gesto teatrale: l’autore-personaggio sceglie il grado di confidenza (quasi confidenza e quasi maschera). È concretezza perché è azione linguistica: ti mette già in una stanza con qualcuno che ti parla.
2) Azione quotidiana che contiene un mondo: Mrs Dalloway
“Mrs. Dalloway said she would buy the flowers herself.”
Mrs.Dalloway disse che sarebbe andata lei stessa a comprare i fiori. (V.Woolf, Mrs. Dalloway)
È una frase domestica, persino banale… finché capisci cosa fa: in un colpo solo dà nome, ruolo sociale, gesto, urgenza pratica (c’è un “da fare”), e apre un territorio psicologico (“perché ci tiene ad andarci lei?”).
È concretezza travestita da semplicità.
3) “Ornamento” che è anche trama: Cent’anni di solitudine
Qui l’incipit è celebre perché è insieme epico e narrativo. Ma per rispettare il punto (e anche la misura della citazione), basta l’attacco:
“Many years later, as he faced the firing squad…”
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione… (G.G.Maquez, Cent’anni di solitudine)
Questo è ornamentazione? In parte sì: c’è un salto temporale e un tono da leggenda. Ma è ornamentazione funzionale: porta subito una situazione concreta (un plotone d’esecuzione), e una domanda inevitabile (come ci è arrivato?).
Poi la frase completa lega quel momento a un ricordo d’infanzia: non “abbellisce”, innesta tempo, destino e memoria in un unico movimento.
Il vero discrimine
Alla fine di tutto, il vero discrimine è questo: questa frase potrebbe aprire qualsiasi romanzo o racconto?
Se sì, allora è fuffa.
La domanda pratica che ne ricaviamo è: la mia prima riga restringe il campo o lo lascia aperto a tutto?
Se cambio i nomi, resta la stessa frase?
Se tolgo gli aggettivi, rimane un evento (anche minimo) o rimane solo aria?
L’incipit “ornamentale” che funziona non è quello pieno di figure: è quello in cui le figure sono già scelte, quindi già storia.
Un principio tecnico utile: l’inizio dipende dalla fine (anche se il lettore non lo sa)
John Irving, in un’intervista, dice di avere “capitoli finali in mente prima dei capitoli iniziali” e di “entrare nel romanzo all’indietro”, partendo dall’after-math, da come “si deposita la polvere” dopo gli eventi.
Questo non è un invito a progettare sempre tutto, ma spiega perché molti incipit risultano generici: perché non sanno ancora quale promessa stanno facendo.
Se non sai dove vuoi arrivare (anche solo emotivamente), l’ornamento o la ’fuffa’ diventano un modo per rimandare.
Conclusione
“Concretezza” non significa scrivere senza stile. Significa usare lo stile come strumento di selezione: scegliere subito ciò che vale, ciò che non è scambiabile con altro.
L’ornamentazione, quando funziona, è un accelerante: intensifica una promessa già fatta; non la sostituisce.
In termini di patto iniziale: la prima riga deve meritarsi la seconda.
E il modo più affidabile per farlo è dare al lettore, immediatamente, qualcosa di specifico da desiderare (una voce, un gesto, un rischio), invece di un cielo qualunque sopra una storia qualunque.
Articolo di Valter Carignano
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