COS'È IL NARRATORE INAFFIDABILE

Cos'è il narratore inaffidabile - Scrittura Creativa Blog - Valter Carignano

IL NARRATORE INAFFIDABILE: LA VERITÀ COME INGANNO

«I narratori bugiardi sono spesso i più sinceri nel rivelare la natura dell’uomo.»
Wayne C. Booth, The Rhetoric of Fiction (1961)

Cos’è il Narratore Inaffidabile e perché può essere un’importante strumento per scrivere le nostre storie?
Cerchiamo di capirlo attraverso molti esempi di grandi scrittori. 

Origini

L’espressione unreliable narrator (narratore inaffidabile) fu coniata nel 1961 dal critico statunitense Wayne C. Booth nel suo studio The Rhetoric of Fiction, destinato a diventare un classico della teoria narrativa.
Booth definiva inaffidabile quel narratore la cui visione del mondo, o la cui presentazione dei fatti, è in contrasto con quella che il lettore riconosce come “verità” del testo. Non si tratta semplicemente di un narratore che mente, ma di uno che per la propria stessa natura non è imparziale.
La  distorsione percettiva o morale rispetto a ciò che il lettore si aspetta o crede può essere esplicita o implicita, può essere immediatamente evidente o mostrarsi solo alla fine, o addirittura potrebbe non essere così chiaro il confine fra il percepito e la realtà.

Il concetto, tuttavia, esisteva già implicitamente nella narrativa ottocentesca. Per esempio, nei romanzi epistolari e nei racconti in prima persona dell’età romantica, la voce narrante era spesso soggettiva, talvolta molto parziale o reticente.

Pensiamo a Frankenstein di Mary Shelley (1818), dove la vicenda è filtrata da più narratori che arrivano anche a contraddirsi; oppure a Cime tempestose di Emily Brontë (1847), dove la storia di Heathcliff e Catherine arriva al lettore attraverso la serva Nelly Dean, la cui prospettiva è tutt’altro che neutra.
O ancora a un romanzo risalente agli albori del genere Giallo, cioè La Pietra di Luna di Wilkie Collins, in cui tutta la vicenda si svela attraverso l’ottica assolutamente personale e parziale dei diversi protagonisti.


Dalla verità alla percezione: Ottocento e modernità

Con il realismo e il naturalismo l’idea di un narratore onnisciente e affidabile sembrò dominare la scena. Tuttavia, nel cuore stesso del XIX secolo si trovano anche soluzioni diverse

Fëdor Dostoevskij ne Le Memorie dal sottosuolo (1864) offre forse uno dei più magistrali esempi  di narratore inaffidabile: un uomo isolato, pieno di risentimento e contraddizioni, che confessa la propria miseria morale e insieme si auto-giustifica. La sua voce, più che un resoconto, è una lotta interiore.
Come scrive Michail Bachtin, il romanzo dostoevskiano è “polifonico”: ogni voce contiene la sua verità, ma nessuna è quella definitiva (Problemi dell’opera di Dostoevskij, 1929).

Nel tardo Ottocento e primo Novecento, il narratore inaffidabile diventa una figura tipica della modernità letteraria, espressione della crisi del soggetto e della relatività della percezione. L’idea di fondo è che non esista più un ordine assoluto, un sistema di valori morali e sociali universalmente accettato, ma che tutto si frammenti nella percezione e nell’ottica del singolo.

 In Cuore di tenebra (1899), Joseph Conrad affida a Marlow una narrazione frammentaria, dominata dal dubbio: l’orrore del colonialismo non è mai detto apertamente, ma insinuato attraverso le esitazioni del narratore.
Conrad stesso scrisse in una lettera del 1902: «Il significato di un episodio non è mai dentro di esso, ma intorno ad esso» — dichiarazione che anticipa l’intera poetica dell’ambiguità narrativa.

L’età del sospetto: il Novecento

Nel XX secolo, con l’esplosione del modernismo e del postmodernismo, l’inaffidabilità del narratore diventa una delle strategie centrali della scrittura narrativa.

James Joyce, in Ulysses (1922), alterna voci interiori, flussi di coscienza e narrazioni parodiche che smantellano l’autorità del narratore tradizionale.
Franz Kafka, nei suoi racconti, costruisce narratori che si muovono in un mondo assurdo, percepito ma mai compreso. L’inaffidabilità nasce non da una menzogna volontaria, ma da incapacità di comprendere la realtà e dalla necessità di ordinarla secondo criteri arbitrari e personali, a volte assurdi.

Nel 1955 che il Narratore Inaffidabile trova una forma esemplare con Vladimir Nabokov e il suo Lolita. Humbert Humbert, narratore e protagonista, racconta la propria ossessione per la dodicenne Dolores con una prosa seducente e manipolatoria. È un esteta, un retore, un bugiardo consapevole. Nabokov gioca con il lettore, rendendolo complice e giudice insieme.
Come scrive Wayne Booth, Humbert «trascina il lettore nel suo mondo e poi gli chiede di giudicarlo»: l’inaffidabilità non è solo nel narratore, ma nel rapporto etico che il testo instaura con chi legge.

Contemporaneamente, Albert Camus in Lo straniero (1942) adotta un narratore neutro, Meursault, che racconta un omicidio senza emozione né rimorso. L’inaffidabilità qui è emotiva: il distacco, non la menzogna, rende il narratore incapace di dare senso alla realtà.

Scrittura Creativa: Tipologie di inaffidabilità

La studiosa Ansgar Nünning (1999) distingue varie forme di narratore inaffidabile, tuttora usate nella teoria narrativa:

  1. Mentitore consapevole – il narratore inganna deliberatamente (es. Humbert in Lolita o il dott. Sheppard nel giallo L’assassinio di Roger Acroyd di Agatha Christie ).

  2. Auto-ingannato – il narratore crede sinceramente in una versione distorta dei fatti (es. Charles Kinbote in Fuoco Pallido di Nabokov).

  3. Incompetente o ingenuo – il narratore non capisce ciò che vive e racconta (es. Huckleberry Finn di Twain).

  4. Moralmente inaffidabile – il narratore agisce o parla in modo eticamente distorto, lasciando al lettore il giudizio.

  5. Affettivamente instabile – la sua percezione è alterata da traumi, passioni o follia (es. narratori di E.A. Poe o di W. Faulkner).

La chiave comune è che il lettore, prima o dopo, percepisce una distanza tra il narrato e la realtà del testo, e deve ricostruire la verità leggendo fra le righe e reinterpretando il testo.

Letteratura europea e sperimentazioni contemporanee

Nel secondo Novecento e nel XXI secolo il narratore inaffidabile si è trasformato da figura eccezionale a normale scelta stilistica della narrativa.

Italo Calvino, in Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), moltiplica i livelli di narratore, fino a far coincidere il “lettore” con il personaggio: qui l’inaffidabilità diventa un gioco metaletterario.
Più tardi, Christa Wolf in Cassandra (1983) ribalta il mito classico: la narratrice dice la verità, ma non viene creduta — una forma paradossale di narratore inaffidabile “in negativo”.

Il narratore inaffidabile nel cinema e nella serialità

L’idea ha avuto una fortuna straordinaria anche nel cinema e nella televisione. Film come Fight Club (1999) o The Sixth Sense (1999) costruiscono la tensione sull’inaffidabilità del punto di vista narrativo, che solo mano a mano lo spettatore comprende.
Nelle serie contemporanee, da Mr. Robot a The Affair, il narratore diventa dispositivo visivo: la distorsione della memoria o della percezione sostituisce la voce scritta.

Tutto questo conferma quanto scrive James Phelan: «L’inaffidabilità non è solo un difetto del narratore, ma una strategia dell’autore per coinvolgere il lettore nella costruzione della verità» (Living to Tell about It, 2005).
Lo spettatore o il lettore non assitono passivamente, non si limitano a ‘ricevere’ la storia, ma la costruiscono loro stessi in base agli indizi e alle parole dei narratori.

Una questione etica e cognitiva

In questo senso, il Narratore Inaffidabile tocca una dimensione etica profonda.
Come osserva Greta Olson (Reconsidering Unreliable Narration, 2003), il lettore è chiamato a “decodificare” i segnali dell’inganno, ma anche a riflettere sul proprio bisogno di verità. La narrativa moderna usa l’inaffidabilità non per confondere, ma per mostrare la complessità dell’esperienza umana, in cui percezione e verità raramente coincidono.

L’inaffidabilità è dunque anche un atto cognitivo: costringe chi legge a diventare interprete attivo, a colmare le lacune, a dubitare delle parole. È, come scrive Umberto Eco in Lector in fabula (1979), “un contratto aperto fra autore e lettore”.

Conclusione: la verità sfumata del racconto

Nel mondo contemporaneo, dove la verità stessa è spesso messa in dubbio — dalle fake news ai social media — la figura del narratore inaffidabile assume un significato nuovo.
Non è più solo una tecnica letteraria, ma una metafora del nostro modo di conoscere: raccontiamo per capire, ma nel racconto deformiamo, selezioniamo, dimentichiamo.

Forse per questo il narratore inaffidabile continua ad affascinare lettori e scrittori: perché somiglia a noi. Come dice il narratore di Il grande Gatsby, Nick Carraway:

«Sono uno di quei pochi onesti che abbia mai conosciuto.»

Una frase che suona come una confessione e, insieme, un dubbio — l’essenza stessa dell’inaffidabilità narrativa.

Articolo di Valter Carignano

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