CHI AIUTÒ GIUSEPPE VERDI ALL'INIZIO DELLA CARRIERA
IL GIOVANE VERDI E L’INIZIO DELLA SUA CARRIERA
Quando il 17 novembre 1839 va in scena alla Scala Oberto, conte di San Bonifacio, quello di Giuseppe Verdi è un nome noto solo in ambienti ristretti e totalmente sconosciuto al pubblico. L’opera ottiene un successo moderato ma comunque significativo: quattordici recite, il favore di una parte del pubblico, la curiosità degli addetti ai lavori.
Questo esordio, che oggi leggiamo come l’inizio “naturale” dell’immensa carriera verdiana, è in realtà il risultato di una catena di eventi che vanno al di là del puro valore del grande compositore. Da un lato il maestro e organizzatore milanese Pietro Massini, dall’altro il potente impresario Bartolomeo Merelli, che dirige la Scala e la macchina teatrale cittadina.
Quando si parla di chi aiutò Giuseppe Verdi all’inizio della carriera, il nome che si ricorda è quello di Antonio Barezzi, di Busseto, e certo fu una figura fondamentale non solo per la sua musica ma anche per la sua vita. In questo articolo voglio però concentrarmi su altri personaggi anch’essi importanti, forse fondamentali.
Senza Massini, il giovane Verdi probabilmente non sarebbe neppure arrivato all’attenzione di Merelli, e senza Merelli, quel primo titolo non sarebbe stato collocato sul palcoscenico più prestigioso d’Italia, né avrebbe generato il contratto che porterà a Nabucco e ai cosiddetti “anni di galera”.
Pietro Massini: il primo tramite milanese
Pietro Massini è oggi una figura quasi sconosciuta, ma le fonti mostrano quanto sia stato decisivo negli anni Trenta dell’Ottocento.
Cantante e maestro di canto, Massini dirige la Società Filarmonica di Milano, attiva al Teatro dei Filodrammatici. È lui a chiamare il giovane Verdi, da poco arrivato in città, come maestro al cembalo per l’esecuzione de La creazione di Haydn nell’aprile 1834: documenti conservati alla Morgan Library di New York registrano proprio il nome di Verdi come “Maestro al cembalo” accanto a quello del violinista Michele Rachele come direttore d’orchestra. Successivamente lo assiste anche in produzioni operistiche, per esempio La Cenerentola di Rossini, segnando i suoi primi passi nella pratica teatrale milanese.
In una celebre lettera del 1879 a Giulio Ricordi, Verdi ricorderà:
«Il Massini mi propose allora di scrivere un’opera pel teatro Filodrammatico»,
Massini, insomma, non è solo un datore di lavoro: è il primo a incoraggiare esplicitamente il giovane Giuseppe Verdi a tentare la via del teatro musicale.
Da Rocester a Oberto: Massini porta Verdi da Merelli
Attorno al 1835 Verdi lavora alla sua prima opera, su libretto del giornalista Antonio Piazza, dal titolo Rocester (o Rochester). Verdi propone il titolo al Teatro Ducale di Parma, che però lo rifiuta essendo il compositore di fatto poco più di un giovane di belle promesse ma ancora ignoto.
È proprio Massini, a questo punto, a compiere il gesto decisivo: si informa se quel lavoro possa interessare a Bartolomeo Merelli, impresario della Scala.
Non sappiamo esattamente in quali modi e tempi avvenga il passaggio del manoscritto, ma non ci sono dubbi che la presentazione di Massini fu fondamentale, ed è corretto dire che Massini apre la porta che Verdi da solo non avrebbe potuto spalancare, certamente non in quel momento: la porta del principale teatro d’opera italiano.
Il progetto subisce una serie di metamorfosi: il libretto di Piazza viene rielaborato profondamente da Temistocle Solera, un altro giovane alla sua prima esperienza nella stesura di un libretto completo. Lui cambia il titolo in Oberto, conte di San Bonifacio, e nel 1839 approda al palcoscenico scaligero.
Bartolomeo Merelli: biografia minima di un impresario decisivo
Bartolomeo Merelli nasce a Bergamo il 19 maggio 1794. Studia clavicembalo e composizione con Johann Simon Mayr, lo stesso maestro di Donizetti, e in gioventù scrive libretti per il giovane conterraneo, fra cui Enrico di Borgogna (1818).
Negli anni Venti e Trenta si afferma come agente teatrale e impresario in vari centri del Nord Italia, per poi assumere, dal 1829, un ruolo centrale nella gestione del Teatro alla Scala di Milano e del Teatro alla Canobbiana.
È un musicista competente, intelligente ma anche un uomo d’affari spregiudicato. Da un lato promotore di prime importanti (tra cui Norma di Bellini e numerose opere di Donizetti), dall’altro amministratore duro, pronto a scelte gestionali aggressive.
L’immagine che emerge dalla storiografia è quella di uno dei tre grandi impresari italiani dell’Ottocento, accanto a Barbaja e Lanari: figura chiave nel passaggio al sistema dei teatri pubblici a pagamento, ma anche uomo “di frontiera” tra arte e affari, spesso contestato da compositori e cantanti per la sua gestione economica.
Oberto alla Scala: prima rappresentazione e fortuna iniziale
La prima di Oberto, conte di San Bonifacio ha luogo alla Scala il 17 novembre 1839.
Il cast è di ottimo livello: il basso Ignazio Marini nel ruolo del protagonista (sarà poi anche protagonista di Attila), Antonietta Rainieri Marini come Leonora, Mary Shaw come Cuniza, Lorenzo Salvi come Riccardo, Marietta Sacchi come Imelda, diretti da Eugenio Cavallin.
Le testimonianze dell’epoca sono tutt’altro che univoche. La stampa milanese si divide: alcuni fogli lodano l’energia drammatica e riconoscono in Verdi un talento da seguire; altri sono assai più severi.
Lo studioso Nicholas Fuller, riassumendo la documentazione raccolta da Julian Budden e Francis Toye, ricorda come giornali quali Figaro e la Gazzetta privilegiata rimproverino alla partitura scarsità di originalità, raccomandando al giovane compositore di studiare meglio i suoi predecessori. Ancor più dura è la rivista La Fama, che definisce il libretto “assurdo” e la musica «languida e monotona dove dovrebbe essere energica e appassionata».
Eppure, nonostante queste riserve, Oberto si regge in cartellone per circa quattordici recite, un dato che per un esordiente è sicuramente ottimo. La stessa Gazzetta Musicale di Milano del 1842, in un trafiletto pubblicitario per gli spartiti Ricordi, richiamerà l’opera definendone il “buon successo” come garanzia per il pubblico.
Nei primi anni Quaranta il titolo conosce alcune riprese in altre città italiane ed europee (Torino, Napoli, Genova, Barcellona), spesso con numeri adattati o sostituiti per le esigenze dei cantanti locali, come era prassi nel teatro dell’epoca. Non siamo davanti a un “successo travolgente”, ma neppure a un fiasco: un esordio promettente, e soprattutto sufficiente a convincere Merelli che su quel nome si può investire.
Il contratto dopo Oberto e l’ambivalenza di Merelli
Proprio sull’onda di questo esordio, Merelli offre a Verdi un contratto per nuove opere alla Scala. Le cronologie moderne ricordano che, grazie a quell’accordo, nascono Un giorno di regno (5 settembre 1840), Nabucco (9 marzo 1842) e I Lombardi alla prima crociata (11 febbraio 1843): titoli che segnano la transizione del giovane compositore dallo stato di giovane promessa a quello di protagonista del teatro d’opera italiano.
L’ambivalenza del ruolo di Merelli emerge però subito.
Da un lato, l’impresario lancia e rilancia Verdi, gli offre la principale vetrina italiana, insiste perché non abbandoni la carriera dopo il clamoroso insuccesso di Un giorno di regno e le tragedie familiari. Dall’altro, lo sottopone a ritmi di produzione durissimi, gestisce le produzioni con economia spesso eccessiva, e – negli anni successivi – arriverà a compiere scelte percepite dal compositore come veri e propri tradimenti. Come nel caso di Giovanna d’Arco, allestita con mezzi inadeguati e venduta all’editore Ricordi senza un chiaro consenso del musicista.
Il giudizio su Merelli – già ai suoi tempi – oscilla tra il riconoscimento del suo fiuto (“l’uomo che scoprì e aiutò Verdi”) e la critica alla sua spregiudicatezza economica. Nel quadro di questo giudizio contrastato, la vicenda di Oberto rappresenta l’atto iniziale: Merelli scommette su un’opera ancora acerba, ma dimostra di saper vedere oltre i limiti tecnici di un esordio.
Massini e Merelli: due mediatore, due ruoli complementari
Collocare Pietro Massini dentro questo quadro significa restituire alla storia un tassello spesso relegato a nota a piè di pagina.
Massini è il primo ad affiancare Verdi nella pratica teatrale milanese; lo invita a dirigere La Creazione, lo coinvolge in produzioni rossiniane, lo spinge a scrivere un’opera per il Teatro dei Filodrammatici. Quando il progetto non si concretizza in quella sede, non archivia semplicemente il manoscritto, ma lo fa circolare, fino a raggiungere Merelli.
Se Merelli è l’uomo che porta Verdi sulla grande scena, Massini è colui che lo introduce nel sistema: il tramite fidato, musicista fra musicisti, che comprende le sue potenzialità ben prima che il mercato teatrale le riconosca. L’uno agisce da impresario, con tutti i compromessi dell’impresa; l’altro da maestro e organizzatore, più vicino alla sensibilità del giovane compositore.
Conclusione: senza Massini e senza Merelli avremmo avuto Giuseppe Verdi?
Rileggere oggi i primi anni verdiani alla luce di queste figure significa evitare due semplificazioni: da un lato il mito del genio che si fa da sé, dall’altro il racconto un po’ manicheo dell’impresario spregiudicato che sfrutta il giovane autore. La realtà, come spesso accade, è più complessa.
Senza Pietro Massini, Verdi non avrebbe probabilmente avuto accesso così presto all’ambiente filarmonico e teatrale milanese, né sarebbe arrivato al tavolo di Merelli con un’opera già abbozzata. Senza Bartolomeo Merelli, Oberto non avrebbe avuto immediato alla vetrina scaligera, né il compositore avrebbe ricevuto quel contratto che lo costringerà – anche brutalmente – a forgiare il proprio linguaggio drammatico in tempi rapidissimi e a creare capolavori assoluti come I Lombardi e Nabucco.
In mezzo, ci sono il giudizio altalenante della critica, la tiepida ma concreta fortuna iniziale di Oberto, e l’avvio di una carriera che, da quel 17 novembre 1839, non si fermerà più.
Quando guardiamo al grande Verdi delle opere mature, vale la pena ricordare che all’origine c’è anche questa rete di relazioni: un maestro di canto e musicista molto noto a Milano, un impresario capace e a tratti ambiguo, un’opera imperfetta ma già riconoscibile a apprezzata dal pubblico.
E soprattutto un giovane compositore capace di trasformare un debutto “né trionfale né disastroso” nel trampolino di lancio per quasi un intero secolo di capolavori dell’Opera Lirica.
di Valter Carignano
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