LE ROMANZE DA CAMERA DI ROSSINI

LE ROMANZE DA CAMERA DI ROSSINI - Articolo di Valter Carignano - L'OPERA RINATA TORINO

LE ROMANZE DA CAMERA DI ROSSINI
voce, ironia e miniatura teatrale

L’opera, la voce, la melodia

Con la celebre dichiarazione – «L’opera è voce, voce, voce!» – riportata da Giuseppe Radiciotti nella sua biografia del 1892, Rossini esprimeva l’essenza della sua poetica: il primato della voce come luogo naturale dell’emozione musicale.
Tutta la sua produzione – dall’opera seria all’opera buffa, dai mottetti giovanili fino agli ultimi anni – ruota attorno a questo nucleo: il canto come forma d’arte e come respiro dell’anima.

Nel 1829, dopo la prima di Guillaume Tell, Rossini abbandonò il teatro d’opera, a soli trentasette anni e al culmine della fama europea.
Per quasi due decenni non compone quasi nulla di nuovo, viaggia per l’Europa, stringe rapporti con compositori e operisti (fra cui Donizetti e Bellini), segue la salute della moglie Isabella Colbran.
Nel 1850 torna in maniera definitiva in Francia e si stabilisce a Passy, piccola cittadina vicino Parigi e poi quartiere di Parigi dal 1860. Riprende la frequentazione dei salotti importanti e a comporre.

Dal 1857 si dedica vita ai celebri Péchés de vieillesse, quattordici album per pianoforte solo, voce e pianoforte o piccoli ensemble, in cui distilla ironia, eleganza, malinconia e una particolare idea di “arte domestica”.

Guillaume Tell: critiche, consensi, difficoltà

La prima di Guillaume Tell all’Opéra di Parigi (3 agosto 1829) suscitò reazioni contrastanti.
Molti critici lodarono la forza drammatica e l’ambizione dell’opera, ma sottolinearono la durata eccessiva (oltre quattro ore) e la complessità delle esigenze sceniche, elementi che ne limitarono la diffusione immediata. In Italia l’opera arrivò lentamente, e spesso in versioni ridotte; solo nel Novecento si è affermata come un capolavoro del teatro francese.

Eppure, anche quando il successo apparente era discontinuo, l’opera assicurò a Rossini uno statuto eccezionale e diritti economici significativi. Per la sola pubblicazione dell’opera ricevette 24.000 franchi, che oggi potrebbero corrispondere alla favolosa cifra di cinque o seicentomila euro come minimo. 

Le riprese delle opere precedenti continuarono a garantire introiti costanti. Anche senza comporre nuove opere teatrali, Rossini rimase fra i compositori più ricchi d’Europa.

Le romanze da salotto: metamorfosi del melodismo italiano

La musica vocale da camera di Rossini appartiene alla tradizione italiana della romanza da salotto, un genere diverso dal Lied tedesco o dalla mélodie francese, ma non per questo meno complesso.
Come scrive Francesco Sanvitale:

“In Rossini la canzone non si emancipa dal teatro, ma ne rappresenta il riflesso concentrato: un teatro ridotto a gesto, a sorriso, a malinconia.”

Già le prime romanze dei tempi napoletani – Mi lagnerò tacendo, L’esule – mostrano una scrittura elegante, sobria e di linea vocale impeccabile.
Rossini stesso chiarisce il rapporto ideale fra voce e pianoforte:

“Il canto deve respirare libero, e il pianoforte lo deve accompagnare come l’acqua sostiene la barca, non come la trascina.”
(Lettera ad A. Aguado, 1844)


Le “piccole arie d’opera”: virtuosismo, ironia e miniatura teatrale

Negli anni dei Péchés, Rossini trasforma la romanza in un teatro tascabile: brani brevi ma pieni di carattere, ironia e virtuosismo raffinato.

Tra questi:

  • La Regata Veneziana – trilogia virtuosistica, ritmi d’acqua e dialetto vivo;

  • La Danza – bolero da salotto con energia da cabaletta;

  • La Promessa – pathos misurato e fraseggio cavatinesco.

Il critico inglese Henry Chorley notava:

“Rossini porta nel salotto l’energia del palcoscenico: piccoli drammi senza scena.”

La critica moderna: dalla sottovalutazione alla riscoperta

Molti musicologi dell’Ottocento e del primo Novecento hanno liquidato questi pezzi come minori.
Richard M. Marvin osserva:

“Questi pezzi sono talvolta liquidati come minori, banali, aneddotici.
Eppure rivelano un lato di Rossini che raramente si vede sul palcoscenico.”

Ogni pezzo deve essere interpretato come un’aria d’opera, con specifico senso del dialogo e del dramma. Richiedono immaginazione, voce e tecnica solide e un senso dello stile molto raffinato.

Lo conferma anche Alessandro Marangoni:

“Il periodo dei Péchés è il migliore per conoscere davvero e comprendere l’uomo Rossini: sentimenti, anima, maturità.”
“Rossini si definiva un pianista di quarta categoria… ma nemmeno un pianista di seconda categoria supererebbe l’80% di questi pezzi senza imbarazzo.”

Parole che mostrano un Rossini cameristico tutt’altro che facile, anzi sorprendentemente moderno e tecnicamente impegnativo.

Ironia e profondità: il Rossini “nascosto”

Nelle pagine dei Péchés convivono dolcezza melodica, malinconia e un’ironia scintillante.
Il Rossini tardo scherza con i generi, con la gastronomia, con la voce stessa.
Scrive a Pacini:

“Scrivo ancora, ma non per la gloria: scrivo per l’appetito.”

Nelle ultime romanze – La Lontananza, L’âme délaissée – la scrittura si fa invece spoglia e meditativa.
Alla moglie Olympe confida:

“Amo solo le melodie che finiscono prima di cominciare davvero.”

Miniature, sorrisi, sospiri.
Una saggezza musicale che non ha bisogno di fragore.

Conclusione: la leggerezza come profondità

La musica vocale da camera di Rossini è un microcosmo italiano, dove la voce domina e il pianoforte la segue come un’ombra lieve.
Non è Lied, non è mélodie: è una terza via, teatrale e intimista insieme, ironica e malinconica.

Rossini chiude la sua vita musicale con queste parole:

“Non ho nulla di nuovo da dire alla musica, ma qualche sorriso da offrirle.”

Forse il più vero dei suoi lasciti.

Valter Carignano

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